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martedì 18 settembre 2012

“La libertà è la forma intermedia della solitudine, il suicidio la forma estrema dell'unica compagnia che ti è rimasta.” (Aldo Busi, Suicidi Dovuti, 1996)

Ogni giorno sentiamo di persone che chiamiamo “deboli” o “disperate” che hanno deciso di abbracciare il reale vuoto, piuttosto che vivere nel vuoto obbligato e con il cuore pieno di lacrime e ci chiediamo: “Perché?”.
Mi verrebbe da pensare, perché per fortuna almeno i miei pensieri intimi nessuno me li può togliere, perché la gente si domanda e si dispera davanti ad atti irreversibili? Ovviamente credo che sia la reazione più naturale e spontanea, ma anche e soprattutto la più facile. È facile farsi domande quando non si possono avere quelle risposte che magari avrebbero crudamente irrotto nel nostro essere sordi costringendoci anche a non essere più ciechi.
Eppure sarebbe più facile il contrario! Non sarebbe meglio vivere la nostra vita che non lasciare che il tempo assorba la nostra vita? Non sarebbe meglio avere il coraggio di sentire e guardare i bisogni di una persona a cui diciamo di voler bene o di amare, piuttosto che piangerla?
Perché lasciare che lo strazio faccia parte della nostra vita quando, in realtà, potremmo semplicemente essere realmente egoisti tentando di combattere il cancro sociale che ci assale, sperando così di poter condividere un momento di serenità.
Un suicidio non è l’atto disperato o debole di una persona, piuttosto credo che sia un fallimento sociale. Siamo messi così male? Vorrei dire che non sia così… in una società abitata da milioni di persone è inumano e impensabile sapere che l’unica amica che non ci tradisce mai sia la solitudine!

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